17 Aprile 2025
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L’acqua invisibile: l’IA ridisegna la bellezza mentre nuotiamo ignari

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Le immagini create dall’intelligenza artificiale sono ormai praticamente indistinguibili da quelle reali. Questa tecnologia è sfruttata dalla moda e dalla pubblicità, soprattutto sui social network, dove le influencer virtuali sono sempre più diffuse e hanno una vita apparentemente reale.

Abbiamo chiesto a Marshall McLuhan, visionario teorico dei media del XX secolo, di firmare questo editoriale impossibile. La sua teoria secondo cui “il medium è il messaggio” e le sue acute analisi sugli effetti dei media elettronici sulla società lo rendono la voce ideale per esplorare come l’IA, in quanto nuovo medium, stia plasmando i nostri ideali estetici e culturali.

Negli anni ’60, la mia osservazione che “il medium è il messaggio” rappresentava un nuovo modo di guardare ai media elettronici. L’intelligenza artificiale porta questo concetto a un livello ulteriore emergendo come un medium che trascende le distinzioni tradizionali: non è semplicemente un nuovo canale di comunicazione, ma un sistema che fonde medium e messaggio, creatore e creazione, che contemporaneamente crea, trasforma e distribuisce i contenuti in un continuum tecnologico che riflette su se stesso.

I volti generati dall’intelligenza artificiale che popolano i social network rappresentano un interessante fenomeno di trasformazione: non sono semplicemente immagini, ma estensioni digitali che contemporaneamente “amputano” elementi della realtà biologica. Osservando questo processo dall’esterno, si nota come l’ambiente mediatico elettronico stia evolvendo in direzioni che modificano profondamente i parametri estetici della società.

Nella mia “Galassia Gutenberg” descrissi come la stampa avesse frammentato la sensibilità umana, privilegiando la vista a scapito degli altri sensi e separando l’esperienza percettiva in compartimenti distinti. Oggi l’IA generativa compie l’operazione apparentemente opposta: una pseudo-integrazione (può creare immagini complete, testi articolati, persino esperienze multimediali) che, anziché restituirci la ricchezza sensoriale preesistente all’invenzione della stampa, produce un’illusione di totalità.

Questa non è sintesi ma simulazione – un appiattimento che elimina le tensioni creative dell’esperienza umana autentica, riducendo la “bellezza” a un algoritmo di media statistica dei gusti collettivi. Gli “influencer virtuali” emergono precisamente da questa astrazione di secondo livello, incarnando il culmine di una narcosi narcisistica collettiva – un intorpidimento così profondo che impedisce di percepire l’amputazione della diversità umana in atto.

E bisogna fare attenzione al fatto che “il contenuto di un medium è come il succoso pezzo di carne che il ladro porta con sé per distrarre il cane da guardia della mente”. Questa mia osservazione non è mai stata così vera. Mentre ci si perde ad ammirare la perfezione algoritmica di quei volti artificiali, si perde di vista che il vero messaggio è la progressiva irrilevanza del corpo biologico, della sua imperfezione, della sua mortalità – in ultima analisi, della sua umanità.

Ciò che mi lascia sbigottito è la passività degli osservatori. Nel mio “The Medium is the Massage” (sì, “massage”, non un errore – i media ci massaggiano, manipolano e rimodellano) scrivevo: “Non c’è inevitabilità finché c’è volontà di osservare ciò che sta accadendo.” Eppure il genere umano sembra incapace di osservare l’ambiente totalizzante che l’IA sta creando attorno ad esso. Come quel pesce che, interrogato sull’acqua, risponde: “Cos’è l’acqua?”

L’IA generativa rappresenta il ritorno di una forma di tribalismo elettronico ancora più radicale di quanto potessi prevedere. Le tribù digitali non si formano più attorno a identità o interessi condivisi, ma attorno a ideali estetici imposti da algoritmi addestrati su milioni di preferenze aggregate, creando un circolo di feedback che si autorinforza e si restringe progressivamente. È un nuovo tipo di conformismo, mascherato da libertà creativa illimitata.

Quando sostenevo che ogni tecnologia è un’estensione dell’uomo che trasforma profondamente chi siamo, stavo lanciando un allarme, non immaginavo di proporre un modello di business! Oggi le menti e i corpi vengono rimodellati da algoritmi che rappresentano l’estensione ultima del capitalismo industriale: la produzione in serie non più di oggetti, ma di ideali estetici, desideri e aspirazioni.

L’IA che genera immagini di bellezza perfetta non è una tecnologia neutra: è l’espressione di ciò che ho sempre definito “automazione”, il trasferimento non solo del lavoro fisico ma del giudizio umano alle macchine. La differenza cruciale è che ora si sta automatizzando anche la capacità di sognare e desiderare.

In questo ambiente totale, la bellezza artificiale agisce come un virus che infetta il sistema nervoso collettivo. I creatori degli algoritmi di oggi sono gli eredi diretti di quel fenomeno che analizzai in “La sposa meccanica”, quando osservai che “il nostro è il primo periodo in cui molte migliaia delle menti più brillanti sono state impiegate per far sì che persone acquistino cose di cui non hanno bisogno e che non vogliono”. Allora mi riferivo all’industria pubblicitaria; oggi questo stesso principio si è evoluto: non si tratta più solo di vendere prodotti fisici, ma di ingegnerizzare algoritmi che producono e standardizzano ideali estetici. Non è un caso che questi algoritmi tendano a perpetuare e amplificare stereotipi: come la pubblicità di metà secolo, essi sono lo specchio ingrandito delle ossessioni collettive, ma ora private persino di quella dimensione critica che solo la coscienza umana può fornire.

L’unica speranza risiede nello sviluppo di quella che ho chiamato “consapevolezza antiambientale” – la capacità di percepire ciò che viene dato per scontato. Ma questo richiede uno sforzo attivo, quasi violento, di distacco. Per sfuggire all’ipnosi algoritmica della bellezza artificiale, dobbiamo prima riconoscere l’ambiente invisibile che l’IA sta creando attorno a noi.

Nel frattempo, mentre ci si specchia negli occhi vuoti degli avatar generati dall’IA, sforziamoci di ricordare che non stiamo guardando il futuro dell’umanità, ma un elaborato sistema di specchi che riflette solo ciò che avete già visto, pensato e desiderato. Il vero volto post-umano non è quello perfetto dell’influencer virtuale, ma il nostro – anestetizzato dall’illusione che la bellezza possa essere ridotta a una formula algoritmica.

L’IA non è la fine della storia umana, ma potrebbe essere la fine della capacità di scriverne una nuova. Ecco il vero messaggio del medium dell’intelligenza artificiale – non le immagini che produce, ma la trasformazione silenziosa della capacità di immaginare.

Glossario

  • Medium è il messaggio: La tesi fondamentale di McLuhan secondo cui la forma di un medium incorpora il messaggio della comunicazione, suggerendo che il medium non è neutro ma influenza profondamente come il messaggio viene percepito.
  • Narcosi narcisistica: Stato di intorpidimento auto-imposto che si verifica quando le persone sono così affascinate dalle estensioni tecnologiche di sé da diventare inconsapevoli dei loro effetti.
  • Ambiente totalizzante: L’insieme di condizioni create da un medium che pervade e altera la percezione senza essere esso stesso percepito.
  • Tribalismo elettronico: Il ritorno a modelli di organizzazione sociale simili a quelli tribali, ma mediati e intensificati dalle tecnologie elettroniche, creando nuove forme di identità collettiva.
  • Automazione: Per McLuhan, non solo il trasferimento del lavoro fisico alle macchine, ma l’estensione e l’esternalizzazione delle facoltà cognitive e percettive umane.
  • Consapevolezza antiambientale: La capacità di percepire criticamente l’ambiente mediatico che ci circonda e che altrimenti rimarrebbe invisibile ai nostri sensi.
  • Estensione e amputazione: Il duplice processo attraverso cui ogni tecnologia estende una facoltà umana mentre simultaneamente ne atrofizza o ne amputa un’altra.

Riferimenti bibliografici

  • McLuhan, M. (1964). Understanding Media: The Extensions of Man.
  • McLuhan, M. – Fiore, Q. (1967). The Medium is the Massage: An Inventory of Effects.
  • McLuhan, M. (1962). The Gutenberg Galaxy: The Making of Typographic Man.
  • McLuhan, M. (1951). The Mechanical Bride: Folklore of Industrial Man.
Marshall McLuhan

Marshall McLuhan

Filosofo, studioso dei media e visionario culturale (1911-1980),  ha rivoluzionato la comprensione della comunicazione con intuizioni che hanno anticipato di decenni l'era digitale. Le sue teorie sul "villaggio globale" e il celebre aforisma "il medium è il messaggio" hanno fornito chiavi interpretative fondamentali per decifrare le trasformazioni della società contemporanea. Il suo approccio interdisciplinare e la sua abilità nel riconoscere pattern culturali continuano a offrire strumenti concettuali preziosi per navigare l'ecosistema mediatico del XXI secolo.

Gian Mauro Zumbo

Gian Mauro Zumbo

Imprenditore seriale a cavallo tra trasformazione digitale, impatto sociale e turismo sostenibile, ho trasformato la mia cronica curiosità in professione. Tra un progetto e l'altro, mi sono lasciato catturare da una domanda: cosa direbbero i grandi del passato delle nostre sfide? È nato così un esperimento editoriale che usa l'impossibile come strumento d'indagine, mescolando ispirazione e immaginazione per creare ponti inaspettati tra epoche e saperi.

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